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 SENTIERI E GRADI DELLO YOGA

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MessaggioOggetto: SENTIERI E GRADI DELLO YOGA   Gio Gen 23, 2014 6:17 pm


Eliade (1954) sottolinea le analogie tra Yoga e Alchimia: si tratta in entrambi i casi di una tecnica spirituale che, pur operando sulla materia, ricerca prima di tutto la perfezione dello spirito, la liberazione e l’immortalità. Tutte e due le discipline mirano a produrre una trasformazione su un substrato vile e imperfetto: lo yogin lavora sul proprio corpo e la propria mente, pesanti e asserviti al tempo e alla materia, per trasformare la carne in “corpo divino” e liberare lo spirito; l’alchimista opera sulla materia per convertirla in oro, per accelerare e completare il processo di maturazione che la natura, per quanto più lentamente, porterebbe comunque a compimento. In India, come altrove, l’oro sta per l’immortalità, è il metallo perfetto, solare, simbolo come tale dello spirito e della libertà e autonomia interiori, che per poter essere assorbito va purificato e fissato con il mercurio. I processi fisico-chimici dell’Alchimia indiana servono da veicolo ad operazioni psichiche e spirituali, e l’Elixir cercato con l’Alchimia corrisponde all’immortalità cercata con lo Yoga.

Lo Yoga è nel suo insieme una disciplina psico-fisica per conseguire uno stato di perfezione interiore ed esteriore e l’unione col divino. Per questo Danielou (1973) lo chiama “metodo di reintegrazione”. A seconda degli aspetti dell’essere supremo con cui lo yogin cerca l’identificazione, e che quindi utilizza come supporto per la realizzazione del divino, esistono diversi sentieri (marga) dello Yoga, in base all’idea che individui di natura diversa richiedono discipline a loro confacenti. Una prima divisione è quella in sentiero dell’azione (karma yoga), sentiero della conoscenza (jnana marga), sentiero dell’amore o della devozione (bahkti marga). Dal punto di vista tecnico, esistono cinque metodi principali di Yoga, ciascuno dei quali comporta otto tappe. Sono lohatha yoga, identificazione per mezzo della volontà o della congiunzione sole-luna (che riprende l’idea alchemica dell’unione degli opposti), il raja yoga, via regale per l’identificazione, il mantra yoga, identificazione per mezzo di formule ermetiche, il laya yoga, identificazione per mezzo della fusione o della dissoluzione (in cui rientra il tantra yoga), e lo Shiva yoga, identificazione col principio ultimo della vita, Shiva. Comunque i vari sentieri dello Yoga sono tra loro collegati. Lo hatha yoga viene chiamato la scala del raja yoga, perché le tecniche di controllo della postura, del respiro e delle fluttuazioni della mente sono la propedeutica alle forme superiori:

La scienza di hatha yoga è la scala sulla quale salgono coloro che vogliono raggiungere le zone superiori della via regale ( Yoga darshana, citato in Danielou, p.29).
Lo Yoga è un cammino a tappe, in cui anche le diverse forme di esso sono propedeutiche le une alle altre. Si dice ad esempio che lo hatha yoga è la scala per il raja yoga. Ma anche all’interno di una stessa forma, esistono vari gradi la padronanza di ciascuno dei quali è la condizione per poter accedere al successivo. Lo hata yoga mirando a liberare il corpo sottile dal controllo del corpo denso, implica otto gradi principali, che sono, secondo Patanjali, che per primo nei suoi aforismi ha codificato la disciplina dello Yoga, le astinenze, le osservanze, le posizioni, il controllo del respiro, l’eliminazione delle percezioni esterne, la concentrazione, la contemplazione e l’identificazione. Si comincia con le cinque astinenze, che hanno lo scopo di sradicare i mali del corpo e dello spirito e di garantire una perfetta salute globale: non-violenza, verità, onestà o non furto, povertà o non possesso, castità. Si prosegue con le cinque osservanze, che hanno per scopo di affrancare l’essere umano dalla schiavitù del suo stato naturale: purezza, contentezza o soddisfazione, austerità, sviluppo di sé, pratica della meditazione. Vengono poi le posture, o asanas, sicuramente la parte più conosciuta dagli occidentali, che hanno rischiato di diventare una semplice ginnastica completamente avulsa da una filosofia dello sviluppo. “Rimanere immobile a lungo senza sforzo è un asana” (citato da Danielou, 1973, p.37); lo scopo è il mantenimento di essa nel corso delle pratiche successive, che sono la parte dello Yoga rivolta al sottile, che inizia col controllo del respiro, e prosegue con le pratiche meditative: l’eliminazione delle percezioni esterne, la concentrazione, la contemplazione e l’identificazione. I gradi superiori dello Yoga sono quindi uno sviluppo della tecnica meditativa.


Dopo aver costruito con le astinenze (yamas), le osservanze (niyamas), i gesti (mudras), le contrazioni (bandhas), le purificazioni (shatkarmas) e con le posture (asanas) un corpo forte e sano, lo yogin si accinge al passo successivo, che è lateandria, la realizzazione di un corpo divino. Il corpo deve essere conservato il più a lungo possibile, e in perfetto stato, per facilitare la meditazione; gli esercizi di respirazione (pranayama) segnano il punto di passaggio dall’umano al divino, la cosmicizzazione dell’uomo, lo slivellamento ontologico:
Il velo che copre lo splendore della luce si squarcia allora, e lo spirito è capace di concentrarsi (Yoga darshana, citato in Danielou, p. 75).

Anche se l’appropriazione dell’Occidente ha banalizzato lo Yoga in una forma un po’ raffinata di ginnastica dolce, focalizzando la sua attenzione sulle posture, di sfuggita sulla respirazione, e trascurando completamente la filosofia che lo sottende e il suo scopo ultimo, lo Yoga è in realtà una forma molto complessa di meditazione che si attua contemporaneamente alla consapevolezza del proprio corpo, lo prende a oggetto della pratica meditativa, e realizza un’espansione della coscienza basata sulla concomitanza delle percezioni percezioni somatiche. Il primo risultato del controllo del respiro è il risveglio di kundalini (l’energia che dorme arrotolata alla base della spina dorsale), che si spande continuamente attraverso il corpo. Il controllo del respiro conferisce all’automatismo della funzione fisiologica un ritmo e una durata stabiliti dalla volontà, per tirandola fino ai limiti che questa le impone.

In particolare è perseguita la ritenzione del respiro nell’intervallo tra l’inspirazione e l’espirazione. Il praticante porta la ritenzione del respiro a una durata sufficiente perché egli possa concentrare il suo pensiero sui chakra centri del corpo sottile: l’energia avvolta si innalza e si unisce all’aspetto divino che presiede a ognuno dei centri. Quando ha finito di meditare su ogni centro, il praticante diviene padrone degli elementi corrispondenti, e si libera della schiavitù del mondo fisico e della corrispondente soggezione mentale. Gli ultimi tre gradi lo portano alla realizzazione dell’unione col divino dentro di sé:
Si chiama ritiro dei sensi il momento in cui essi si ritirano dai loro oggetti e si trasmutano in modi di coscienza (Yoga darshana, citato in Danielou, p. 76)…
Mantenere il pensiero fisso in una sola direzione, si chiama concentrazione (ibidem, p. 77)…
Mantenere il pensiero fisso su un unico oggetto, è quel che si chiama contemplazione (ibid., p.78)…
Si dice che l’identificazione è realizzata allorché rimane solo l’oggetto della contemplazione, e la forma di colui che contempla è annullata (ibid., p. 79).

Lo Yoga elabora una “fisiologia mistica”, a partire dalle esperienze ascetiche, estatiche e contemplative, ma sbaglierebbe grossolanamente chi volesse ricondurre questa immaginazione del “corpo sottile” alle nostre usuali rappresentazioni fisiologiche. Così,chakra e nadi non corrispondono in alcun modo ai plessi del midollo spinale, ai nervi e ai gangli del simpatico e parasimpatico e alle ghiandole endocrine, anche se l’analogia può essere suggestiva; essi sono centri e percorsi di forza che solo lo yogin, nel corso della manifestazione di kundalini, localizza con estrema precisione come se appartenessero al corpo. Di converso, questo non vuol dire che le esperienze degli yogin non siano reali: lo sono, ma non nel senso in cui un fenomeno fisico è reale. I chakra possono essere considerati organi del corpo “sottile”, al pari dei latifa, che Corbin (1979) nei suoi studi sulla filosofia mistica dell’Islam chiama gli organi dell’appercezione visionaria, i sensi sottili del soprasensibile, ovvero le facoltà della percezione extrasensoriale; o analogamente alle Sephiroth, zaffiri di luce che da centri di ordinamento del divino divengono nell’uomo i principi regolatori del funzionamento del corpo sottile. Queste strutture energetico-immaginali disegnano un mondo che è sospeso tra la materialità e l’immaginazione, alam-al-mithal, il mundus imaginalis dei mistici e dei sensitivi, che non è una realtà oggettiva, ma una descrizione soggettiva di una realtà oggettiva della psiche. I chakra dunque mantengono un legame con una rappresentazione mentale dell’uomo, che ad un certo livello di esperienza è cogente quanto una realtà fisica. Essi sono ruote d’energia, plessi di potenza ruotante scaglionate lungo la nadi (corrente d’energia sottile) principale, la sushumna nadi, che corrisponde all’asse del corpo, e che la kundalini deve perforare quando si risveglia dal suo stato quiescente nel percorso ascendente fino alla sommità del cranio. Dice la Silbrun (1983) che nell’uomo ordinario queste ruote non girano né vibrano, ma costituiscono dei grovigli inestricabili, chiamati perciò nodi, perché legano lo spirito alla materia rinforzando perciò il senso di un Io materiale e grossolano. Il loro insieme forma i “complessi inconsci” (samskara) tessuti dall’illusione (maya): quindi, il peso, l’inerzia, la rigidità del passato oppongono una resistenza all’ascesa liberatrice della forza spirituale. La forza ostruente, l’opacità di ogni nodo deve essere sciolta e chiarificata affinché l’energia liberata dai centri sia assimilata dalla kundalini e recuperi la propria fluidità e armoniosa circolazione.
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